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  • Isabella Puddu

La Comfort zone da prospettive diverse


Scritto con Maria Sole Chimenti, Medico, specialista in Reumatologia e Presidente dell’Associazione ReDO Reumatologhe Donne; da anni si occupa di dolore e di migliorare il percorso del paziente reumatologico e Chiara Bodini, Purpose & Talent Agent, che ha sviluppato un metodo per aiutare le persone e le organizzazioni a identificare e abilitare il potere del Purpose.


Vista dal Medical Coach

La prima a parlare di Comfort Zone fu Judith Bardwick, psichiatra americana specializzata in psicologia dell’ambiente aziendale nel 1991 con il suo libro “Pericolo nella Comfort Zone”.

Nel 2009 Alasdair White, teorico della gestione aziendale e specializzato in leadership riprese il termine Comfort Zoneper comprendere e gestire le performance aziendali.

Secondo Alasdair White, la chiave per comprendere una performance è nella gestione dello stress; motivazione e ansia, sottogruppi dello stress, diventano strumenti a favore della gestione della performance.

White definisce Comfort Zone uno stato comportamentale nel quale ci si sente al sicuro, le cose intorno a noi sono familiari e si ha un controllo del proprio ambiente con livelli bassi di ansia e di stress. In questo stato, il livello di performance rimane contenuto.


Come spesso accade, ciò che prima viene scoperto nel mondo aziendale viene poi ripreso nella vita di tutti i giorni, soprattutto nel mondo del Coaching.

Da qui un proliferarsi di definizione e utilizzo del termine Comfort Zone.

Cos’è esattamente? Come l’aveva giustamente definita White, è il nostro posto sicuro, familiare, dove convivono routine e abitudini; la paura è limitata e dà conforto e fiducia. Può cambiare da persona a persona ma rilascia l’ormone della felicità; da qui la grande difficoltà di lasciarla andare.

Perché a detta di molti si dovrebbe uscire dalla Comfort Zone?

Prima di tutto perché secondo uno studio scientifico dell’Università di Yale il nostro cervello ha bisogno di stimoli costanti e in Comfort Zone si spegne. Sappiamo come la stabilità a lungo andare uccida qualsiasi forma di apprendimento. Uscendo dalla Comfort Zone la mente assorbirebbe meglio le informazioni e dopo un primo momento di stress, ci farebbe evolvere come persone.

Sperimentare, sfidarsi, scoprire un nostro potenziale nascosto, aumentare la creatività sono alcune delle conseguenze del lasciare la Comfort Zone come anche sentirsi stimolati e appagati dalle novità.

Tutto ciò è possibile solamente confrontandosi con emozioni forti e lasciando andare la paura di fallire o di perdere qualcosa. Molti dei disegni che rappresentano la Comfort Zone hanno anche la Panic Zone: stress, ansia da prestazione, adrenalina…sensazioni che tutti noi conosciamo e che ci fanno capire che ci siamo spinti oltre il nostro quotidiano.

La soluzione è quella di procedere a piccoli passi ed aumentare la Comfort Zone sempre di più.


È assodato che una volta che un nuovo comportamento diventa abitudine non ci procura più quelle sensazioni così forti. Bisogna quindi trovare il giusto compromesso. Sicuramente anche stare sempre fuori dalla Comfort Zone ha i suoi lati negativi e la vita non è solamente performance. Mai come oggi abbiamo tutti compreso il bisogno di staccare la spina e riposarci nel nostro giardino felice.


Un discorso diverso vale per chi è malato. Quale sarà la sua Comfort Zone? È un bene averla oppure può bloccare il percorso di guarigione? La malattia ha un impatto significativo sulla propria vita e vanno fatti degli aggiustamenti. Certamente si può trovare una Comfort Zone nella malattia che però va tenuta sotto controllo perché in costante movimento, da qui il supporto che può dare il Medical Coaching.


Vista dal Medico

Infatti, proprio la diagnosi di malattia cronica determina uno shock emotivo legato all’incertezza del futuro e dei cambiamenti che si renderanno necessari sul piano personale, familiare, professionale, economico. Già la diagnosi può alterare la Comfort Zone, ma non solo. Sappiamo quanto siano importanti nella gestione delle malattie croniche l’aderenza e la persistenza in terapia ed è proprio la terapia sommata alla diagnosi che coinvolgono la Comfort Zone.

Alla domanda se la Comfort Zone possa alterare la guarigione la risposta è si. Il paziente con malattia cronica, ad esempio con Sindrome Fibromialgica o Artrite Reumatoide, prova un sentimento di perdita della salute e dell’integrità, una sensazione di ineluttabilità e una difficoltà a proiettarsi nel futuro. Si trova inoltre confrontato a una situazione estremamente difficile e conflittuale: accettare di essere malato, farsi carico in prima persona della propria cura e doversi curare per tutta la vita. Nella propria Comfort Zone, il paziente deve acquisire e mantenere le capacità e le competenze che lo aiutano a vivere in maniera ottimale con la sua malattia e con la terapia: quindi acquisire un ‘sapere, saper fare e un saper essere’ adeguato a raggiungere un equilibrio tra la sua vita e il controllo ottimale della malattia. Nell’Artrite Reumatoide non solo l’alterazione di risposta allo stress potrebbe essere un importante fattore patogenetico e prognostico della malattia, ma la diminuzione nelle capacità di svolgere attività ricreative e relazionali aumenta in modo significativo il rischio di ulteriore stress e riduzione di aderenza terapeutica. I pazienti faticano nell’accettare la problematica fisica perché viene alterata la rappresentazione e la consapevolezza di sé.

Come incide la Comfort Zone sull’aderenza alla terapia? Nelle malattie croniche l’inizio della terapia medica farmacologica è un momento cruciale: in ambito reumatologico l’inizio della terapia deve coincidere con la diagnosi per evitare danni permanenti e potenzialmente invalidanti. Il medico ha quindi il dovere di spiegare al paziente quelli che posso essere le problematiche legate alla terapie e alla malattia senza innescare paure e disagi, cercando di comprendere e ampliare i limiti della Comfort Zone del paziente in questione.


Vista dal Purpose and Talent Agent

La mia prospettiva cerca di restituire un approccio più filosofico alla questione “comfort zone”. In tal senso la comfort zone è sì un luogo sicuro, ma dove forse si potrebbe considerare la prospettiva della contemplazione. Un luogo dove la vita contemplativa, e talvolta la noia, ci possono donare lo slancio per portare rinnovamento nella nostra vita.

Il significato di contemplare è fissare lo sguardo e soprattutto il pensiero su qualcosa che suscita ammirazione, stupore, meraviglia e la sua etimologia viene dal latino, con per mezzo templum lo spazio del cielo.

Coltiviamo quindi questo luogo di pace, forse a tratti statico, dove le sfide non esistono per prepararci al meglio quando la vita ci chiede di uscire. In sostanza non dobbiamo né abituarci né temere questo logo dell’essere, ma approfondirne il senso. Accettare i momenti della vita che richiedono il fermarsi un attimo, per riflettere senza l’ansia di un’aspettativa, ma il semplice esercizio del pensiero.

“La noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza” diceva il filosofo tedesco Walter Benjamin. E con questa locuzione che la natura umana alla costante ricerca dei perché che la vita ci pone, troviamo un sentiero, una risposta socchiusa che ci sprona ad accettare dei momenti che non ci pongono innanzi grandi sfide né traguardi.

Cercare quindi di creare un ciclo virtuoso tra i momenti che viviamo nella nostra comfort zone e quelli invece in cui usciamo dall’intramoenia e ci rivolgiamo alla vita con coraggio e accoglienza.

Anche nel percorso della vita in cui ci si ritrova malati, sia per un periodo breve che per la malattia cronica, è bene sviluppare interiormente che il significato e lo scopo della Comfort zone è anche una palestra dove allenare la ripetizione e la noia con stupore.



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