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  • Isabella Puddu

La malattia non è il tutto, la persona lo è.

Perché è importante riportare la persona al centro del dibattito sul benessere fisico e mentale oggi.


Scritto con Maria Sole Chimenti, Medico, specialista in Reumatologia e Presidente dell’Associazione ReDO Reumatologhe Donne. Da anni si occupa di dolore e di migliorare il percorso del paziente reumatologico.

Chiara Bodini, Purpose & Talent Agent; ha sviluppato un metodo per aiutare le persone e le organizzazioni a identificare e abilitare il potere del Purpose.


Le persone con malattie croniche.



Vista Dal Medico


La malattia cronica ed i neurotrasmettitori: cosa è cambiato nella valutazione dello stato del paziente.


Partiamo dalla definizione dell’OMS di Malattia cronica: sono patologie che presentano sintomi che non si risolvono nel tempo, per un malato cronico generalmente è possibile trattare i sintomi, ma non curare la malattia. Un’altra caratteristica della definizione è che i sintomi non giungono a miglioramento ed hanno un notevole impatto sulla sfera emotiva dei pazienti.

Proprio su questa seconda parte della definizione di Malattia cronica discuteremo in questo articolo.

Tra le patologie croniche vanno le patologie muscolo-scheletriche, ovvero le Malattie reumatologiche, seconde, dopo le patologie tumorali, in termini di impatto su invalidità del paziente e in termini di costi di spesa sul territorio nazionale. Le malattie reumatologiche hanno in comune il sintomo dolore, un dolore cronico e persistente che può coinvolgere ogni articolazione e ogni muscolo e non solo: sono patologie caratterizzate da un coinvolgimento sistemico, coinvolgendo potenzialmente ogni organo ed apparato del nostro organismo.

Il dolore è causato sia dal danno articolare infiammatorio sia da diverse sensazioni somatiche che conferiscono al dolore una forte componente emozionale. Alla base della trasmissione del dolore ci sono i neurotrasmettitori che “passano” il messaggio dal complesso muscolo-articolazione al sistema nervoso centrale, che a sua volta mediante vie biochimiche crea una serie di risposte che coinvolgono il sistema endocrino (ipotalamo-ipofisi-surrene-cortisolo, asse dello stress) e il sistema immunitario (risposta infiammatoria con attivazione dei leucociti e linfociti). In corso di dolore cronico si ha una stimolazione nocicettiva prolungata, che impoverisce e logora il controllo da parte dei neurotrasmettitori, alterando i meccanismi percettivi e creando una condizione percettiva anomala. Il risultato è che bassi stimoli algici vengono interpretati come dolorosi (iperalgesia), oppure stimoli normalmente non dolorosi vengono interpretati come dolorosi (allodinia). Il dolore cronico è quindi una vera e propria malattia, spesso sottostimata e resa invisibile.

Cosa è cambiato nella valutazione dello stato del paziente?

Abbiamo diversi modi di misurare l’attività della malattia muscolo scheletrica: indici di infiammazione sistemica, conta delle articolazioni dolenti e tumefatte e misura dell’intensità del dolore mediante scale analogico-visive. Ma questi indici comprendono solo in parte gli aspetti relativi al “benessere” del paziente, alle sue aspettative e soprattutto relative all’impatto che la malattia ha sulla sua vita. Negli ultimi anni abbiamo avuto la necessità in ambito medico di altri indicatori del benessere medianti i quali i pazienti possono esprimere l’impatto che la patologia ha sulla propria vita, sull’attività lavorativa e sulla sfera emotiva. Questo perché la severità della malattia e l’efficacia della terapia farmacologica devono essere misurati mediante un inquadramento a 360° del paziente e non solo attraverso la malattia di per sé.

La sfera emotiva infatti ha un impatto rilevante sull’andamento della patologia di base e sulla risposta alla terapia: pazienti con sindrome ansioso-depressiva o con altre patologie delle sfera emotiva anche meno definite hanno una ridotta risposta alla terapia. Conoscere quindi il lato emotivo e la percezione della malattia da parte del paziente è ormai necessario per un miglior outcome e management terapeutico.

Per queste malattie, ed in generale in medicina, dovrebbe essere utilizzato un approccio olistico nel quale il paziente venga considerato nella sua totalità.


Vista dal Medical Coach

Per riuscire in questo intento serve appoggiarsi anche ad altre discipline tra cui il Medical Coaching.

Il Medical Coaching è un processo che aiuta i clienti a sviluppare una resilienza emozionale, mentale e fisica in una situazione di crisi medica o di sfida.

Per resilienza si intende un insieme di comportamenti, pensieri ed azioni che possono essere sviluppati ed imparati da chiunque.

I clienti del medical Coaching, che per un medico sono i pazienti, si trovano a dover gestire un problema di salute inaspettato e doloroso sia a livello fisico che mentale.

Una malattia ha ripercussioni in tutti gli ambiti della vita che il cliente deve imparare a gestire; si tratta di uno spazio temporale nuovo, difficile e diverso, che interrompe e trasforma la vita a cui si era abituati.

Con una malattia tutto cambia: la relazione con il proprio corpo, con i familiari, con le relazioni sociali e professionali; molte volte le persone tendono a nascondere le proprie emozioni e la loro situazione.

La decisione di come gestire questo momento spetta ai medici per quanto riguarda le cure ma spetta al cliente la maniera di intraprendere questo nuovo percorso fatto di molteplici sfide.

Co-esistono infatti due storie: quella clinica che però si sovrappone con la narrativa personale.

Un medical Coach ascolta la storia personale del proprio cliente: non è una storia della malattia ma la storia dell’esperienza umana della malattia fatta di credenze, miti, emozioni e tanti pensieri.

Il cliente non deve identificarsi con la sua malattia ma bensì riconoscersi ancora come una persona con tante sfaccettature, tra cui la sua malattia. In questo modo la relazione con la malattia potrà essere equilibrata ed il cliente potrà intraprendere un viaggio per stare al suo meglio.

Il Medical Coaching diventa un percorso di scoperta che ha come fine ultimo quello di ritrovare benessere, equilibrio e ritrovare il controllo su se stessi per andare avanti giorno dopo giorno nella propria quotidianità.

Si può decidere di sopravvivere centrati sulla malattia oppure di vivere accettando la propria malattia.

Questo discorso è rivolto però sia alle persone che soffrono di problemi di salute che a persone sane: trovare equilibrio passa dalla cura di sé e dall’amor proprio.

Solamente in una società nella quale si decide di mettere il focus sul benessere mentale oltre che fisico sarà una società dove le persone hanno meno stress e sono veramente felici di quello che sono.



Vista dal PurposeandTalent Agent

Fondamentale in questo percorso personale la ricerca dello scopo di vita, accettare la propria peculiarià e trasformarla in talento. Dare un senso alla nostra esistenza secondo Viktor Frankl-fondatore della logopedia e autore del libro “L’ uomo in cerca di un senso” si ripercuote direttamente sul nostro equilibrio mentale. Questa tesi è stata poi confermata da alcuni studi e pubblicata sull’American Journal of Epidemiology nel 2019.

La vita è fatta di tante cose, ma ci sono sempre delle priorità e delle gerarchie intrinseche. Trovare il senso e vivere bene sono tra queste.

L’uomo, a differenza dell’animale, impara sì tramite l’emulazione, tramite l’esempio che gli viene proposto ma soprattutto tramite la ricerca di senso, di significato. Questa non banale differenza distingue l’uomo dagli animali ma soprattutto spiega il progresso dell’umanità. Se gli animali non sono mutati nel tempo, si può dire che questo non è avvenuto nell’uomo. Anzi, ma oggi è un dovere ricordare che il significato della propria esistenza e identità, o all’anglosassone il Purpose, è il motore che ci spinge ad andare avanti, come individui e come collettività ma che con esso va associato un concetto più olistico di benessere.

Un concetto quello di wellness che va a comprendere tutta la filiera dell’esistenza umana.

La ricerca parte da noi stessi, accogliendo con consapevolezza la nostra vera essenza, mettendola al centro delle nostre azioni.

Perché è importante anche dal punto di vista fisico e mentale: la letteratura scientifica dimostra che allocare le risorse interiori su uno scopo di vita risulta essere la maniera più efficiente per donarci effetti positivi sia a livello fisico, che biochimico, e cognitivo. Questa allocazione efficiente consiste nell’ottenere maggiore produttività cognitiva e maggiore attività e flessibilità fisiologica.

Questa ricerca di senso ci permette di vivere i momenti della nostra vita, che per causa di cose saranno anche colpiti da alcune esperienze di malattia propria e di altri intorno a noi, in maniera adattiva e reattiva. A trovare sempre le risorse interiori per proseguire quello che Martin Buber chiamava il “Cammino dell’uomo”.



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